This is the blog for Franko B's sculpture class at Accademia di Belle Arti di Macerata, Italy.

Follow by Email

1500 parole per scultura

Ho iniziato restaurando tele e mi sono ritrovata a fare la sculturice?

Sono certa che produco arte e che cerco di procurare rotture;
rotture di schemi, di traiettorie e luoghi comuni e anche di palle perchè no!
Decisa a procurare nuovi pensieri e anche emozioni.

Nevrosi si scatenano in quelle linee che si muovono nelle pagine bianche dello spazio
dei fogli.
Fogli di carta, fogli di libri di cirilliche lettere con bianco coprente, che si perdono in chiaro oscuri sinuosi, di grafiche primitive di gesti conosciuti e stupidamente ripresi.

Movenze e movimenti che si risvegliano solo in lenzuole di cotone. Tra la luce che entra nella stanza e tocca i nostri occhi, e l'aria diventa salmastra e rarefatta in questo caldo pomeriggio.

Il mio lavoro è governato dall'amore.
Un amore spastico e pasmodico verso l'arte
che mi ha dato la forza di continuare in questa vita.
L'arte terapia oggi si è trasformata in condizione di vita, unica e capace di aiutarmi ad uscire la testa e prendere consapevolezza di me stessa.

Lo sviluppo del mio lavoro artistico oggi è consapevolezza sincera verso una tipologia di vita che agisce secondo il suo primo principio di formulazione: creare arte.
Per tanto il lavoro, frutto in passato di eventi intimi e personali, oggi ne ha solo memoria.

Tessuti trame ed orditi compongono il mio lavoro che parla di corpi e cuori lacerati dal tempo e consumati nel tempo, si costituisce con materiali morbidi ma ruvidi ed orticanti.
Lana grossa di pecora, costruisce bozzoli sospesi dal soffitto, percorrendo il tutto in maniera labirintica. Sono corpi di donne prosperose che hanno profumi e nodi di nonne.
Donne sapienti, ligie delle casa, non schiave ma piuttosto schive del proprio fare.
Donne ingenue dei propri occhi pronti ad incastrare altri occhi.
Donne che parlano di momenti personali e intim,i
che generalizzandoli possono essere di tutte.

Organi sessuali e scheletri scomponibili che cercano di procurare rotture
di pensieri a chi li guarda.

Occhi azzurri di limpidi sguardi, persi nel nulla verso una nuova vita.
Una meta metaforica quella della vita, dove si scalano rocce per dimostrarsi capaci di vivere. Oggi tra queste frasi scrivo del mio fare laborioso delle mani.
Le mani costruiscono oggetti palbabili agli occhi. Oggetti che possono diventare quotidiani nelle giornate di donne indaffarate. Stanche del proprio essere se stesse, sempre pronte ad adempiere il proprio compito indotto dalla stessa sessualità.

Sesso, sessualità differenza di genere spiccata e tangibile in Bulgaria dove la mia produzione artista ha stravolto fazzoletti neri che coprono il capo prima di entrare in chiese ortodosse. Una piccola galleria ha fagocitatato la mia produzione tutta made in BG. Mgç ha prodotto in Bulgaschia metri di bozzoli in lana greca ispida e difficile da strecciare, venduta al kilo al Mercato delle Donne, tinte da mano sapienti, disposte secondo la gradazione di grigi con il sole in faccia, pronta al migliore offerente: IO.
Bozzoli di larve disposte in maniera serpentinica e labirintica, appesi invadendo lo spazio. Disegni sparsi per tutte le pareti bianche e grigie della galleria quasi a soffocare l'aria. L'intero campo governato dal mio segno. Un bozzolo enorme irrompe la scena all'apertura dell'esposizione. Un bozzolo contenitore della mia presenza che richiama il silenzio quando è attorniata da gente. Le voci si smorciano e il silenzio è attuato. Movenze si intravedono dalla stoffa vellutata bianca, il corpo e poi uno strappo, lacerare la caspula. Lacerare la larva, uscire e poi condividere, una parola sibilata viene dalla mia bocca e si confonde nella folla la presenza di una donna in sposa, vestita di bianche tende comprate a peso nei mercati del'est. Una lacrima esce dal mio seno e la lascio dormire su un nido di uccelli trovato a terra nelle passeggiate sofianti.
Uno spirito di rinascita e conferma si respira nell'aria e l'esposizione mette fine alla sua prima gironata di vita. Il lavoro adesso vive tra pareti e metri quadrati di diversa nazione.
L'intera produzione ha avuto un processo di progettazione costruito e architettato.
Nella grafica si snodano paesaggi femminili, che si lasciano osservare da alberi solitri e capezzoli misurabili: 25 cm. Parole disconesse in un mare di bianco, che vive solo se scritto e poi letto. Un tragicomico immaginario agli occhi, l'invisibile appare visibile ai bulbi oculari. Fumo scroccato a fidanzati, sotto contratto a fine atto, ripreso e perdurato, complessi repressi ma ripresi, messi a tecere finiti nel bracere, delle buone speranze dei buoni propositi.

Lana + ricami + stoffe + merletti + centrini+ uncinetti + feri + tomboli + pizzi +
trame+ fili + orditi.

Si produce mettendo dentro idee, riti, antropologie, utopie, cattivi e buoni pensieri che si snocciaolano tra nubolosi profumi d'incenso. Lingue rosse e sacri cuori in fiamme fanno capolino fra i canini ripuliti dei vampiri. Senza giudizio sono i miei disegni, linea grossa, pesante ma insicura e scura. Ossigeno per lavori mai nati. Progetti e prodotti prendono corpo, solo dopo essere stati tracciati in quella superficie ostica che è la pagina bianca. Il disegno sviluppa il progetto, e il progetto inchiostra i bianchi quaderni. Lentamente si slegano i magoni allo stomaco e nuovamente si riempiono spazi mangiando anidride carbonica e togliendo aria ad altri. Assurdamente si cambia pelle, cellule morte perdute in un'esfoliazione turca. Viviamo sotto lo stesso cieloo ma siamo emigranti, ed in altri paesi siamo noi stessi. Qui assumiamo comportamenti conformi alla regola e regna sovrana un odore di chiuso e di piedi usati.
Acqua stagnante, acqua di fonte, acqua, H2O, zanzare e rane in notti afose con pistole e spruzzi per togliere il fango e ripulire tracce. Pochi minuti per far vivere intensamente le mani.
Flato di linfa vitale che scorre tra le mani per fabbricare il piacere della mia stessa vista.

Le mie opere a miei occhi producono stupore la prima volta, poi passano allo sdegno e al vomito perchè troppe volte masticate, elaborte, disfatte e finite. Finite in qualche parte in qualche luogo, dove altri odori e altri sapori li consumano per non farle mai morire.

Il processo si muove di pari passo alla ricerca che in questi anni ha fatto camminare il mio lavoro, ricerca basata di fondo sul corpo femminile, sulla sua immagine e su come è vista all'occhio umano odierno.

Mancanza è il filo conduttore delle mie diverse sperimentazioni tra i linguaggi e i materiali.
Mancanza intesa come imperfezione ed errore,
Mancanza di amore,
mancanza di speranza e fiducia…
mancanza di sognare e a volte anche di vivere,
in un mondo in cui sembra esserci tutto,
dove il tempo vola e niente rimane,
in un mondo in cui il frivolo ha volare e il valore è tale solo se aggiunto…
in tutto questo ci si sente puniti.
Puniti da occhi che non vedono la tua stessa agonia e la stessa mancanza.
Perché occorre ridere e far finta di vedere, la dimostrazione all’altro della tue paure comporta la rinuncia al sociale e il giudizio del più forte del branco che esclude il debole,
che mostra la sua splendida fragilità. La fragilità non è gradita in questo mondo, non possiamo dimostrare le nostre paure o ciò che ci tormenta lo stomaco, perché non possiamo dare pena agli altri, anzi dobbiamo elargire forza, capacità di apprendimento immediato, capacità oratorie, capacità di fermezza, capacità di essere sempre in prima linea senza mollare mai.
In questo mondo la mancanza è compresa solo come quella materiale, ed ecco le miriadi di depressioni che aumentano con la corsa alla farmacia più vicina, il numero di suicidi sempre maggiore, questo perché si ha paura di essere così come si è. Difetti, mutilazioni celebrali che costringono a rinchiuderci in una gabbia, sembrando intensamente presi da noi stessi. In realtà ci si chiude per non creare altro dolore, per non ammorbare l’altro di paure magari anche condivise, ma che non possono essere dette. Oggi lo scandalo non è il sangue, non sono le lacrime, non è la gioia, oggi lo scandalo è accettare se stessi con i propri limiti e le proprie angosciose paure e mostrandosi per quello che si è. Accettarsi diventa la vittoria maggiore per poter vivere nella caverna.
La caverna con il suo buio diventa il proprio miracolo, la luce di qualcosa che si rivela speciale nell’essere semplice, ma complicato , perché la testa ha le sue voci contraddittorie che non tacciono anche tenendo la bocca chiusa, le vocine farneticano, brulicano intensamente e quella mancanza svanisce con una matita tra le mani.
La mancanza viene abilmente appagata dalle mie forme. Ammassi di carne abnormi si addensano in spazi ristretti, mostrando il proprio sesso, disinibite e pronte a donare amore. Questo però è un amore sofferto, un amore che crea dolore, perché non capito, assolutamente incapace di trovare sincerità, produce sangue ad ogni penetrazione, in quanto in essa recepisce una malsana fobia. La fobia di un piacere taciuto e nascosto, la fobia di non essere all’altezza sentendosi sempre in errore. La pretesa di classificare e quantificare il dolore per avere ordine, consapevole di appuntare il nulla della propria vita per paura persino di dimenticarla. Perdere volutamente la propria identità per formularne sempre una nuova, camaleonti di sé stessi, perché troppo difficile essere costanti e sinceri persino nella propria testa. Indagare come scelta di verità abbandonando la viltà affrontando con coraggio la propria testa e la molestia di una viltà morale, che non è di poco conto.




1 comment:

  1. Bello Grazia, mi son piaciute da morire queste parole, chiare e profonde!

    ReplyDelete